Quesiti

  • Acquisto di fondi per la realizzazione di aree pubbliche

    AREA: URBANISTICA, LAVORI PUBBLICI ED EDILIZIA

    DOMANDA :

    Un Comune rappresenta che, dopo aver accantonato una quota di avanzo vincolato derivante da monetizzazioni aree di standard urbanistiche, vorrebbe impegnarlo per l'acquisizione di un terreno adiacente ad un campo da calcio che era stato concesso in comodato al Comune e che il proprietario vuole vendere o, altrimenti, vedersi restituito.

    RISPOSTA: 

    In relazione al supposto impiego di dette risorse per l'acquisto del sedime adiacente all'impianto sportivo comunale si osserva quanto segue.
    L'art. 46 della Legge Regionale Lombardia n. 12/2005 prevede testualmente, per quanto qui più interessa, che:
    “La convenzione, alla cui stipulazione è subordinato il rilascio dei permessi di costruire ovvero la presentazione delle denunce di inizio attività relativamente agli interventi contemplati dai piani attuativi, oltre a quanto stabilito ai numeri 3) e 4) dell’articolo 8 della legge 6 agosto 1967, n. 765 (Modifiche ed integrazioni alla legge urbanistica 17 agosto 1942, n. 1150) , deve prevedere:
    a) la cessione gratuita, entro termini prestabiliti, delle aree necessarie per le opere di urbanizzazione primaria, nonché la cessione gratuita delle aree per attrezzature pubbliche e di interesse pubblico o generale previste dal piano dei servizi; qualora l’acquisizione di tali aree non risulti possibile o non sia ritenuta opportuna dal comune in relazione alla loro estensione, conformazione o localizzazione, ovvero in relazione ai programmi comunali di intervento, la convenzione può prevedere, in alternativa totale o parziale della cessione, che all’atto della stipulazione i soggetti obbligati corrispondano al comune una somma commisurata all’utilità economica conseguita per effetto della mancata cessione e comunque non inferiore al costo dell’acquisizione di altre aree. I proventi delle monetizzazioni per la mancata cessione di aree sono utilizzati per la realizzazione degli interventi previsti nel piano dei servizi, ivi compresa l’acquisizione di altre aree a destinazione pubblica;”
    A sua volta, poi, tale previsione va letta in combinato disposto con il successivo art. 90 avente ad oggetto le aree per attrezzature pubbliche e di interesse pubblico o generale ove, tra le altre condizioni, viene precisato che “Nel caso in cui il programma integrato di intervento preveda la monetizzazione ai sensi dell’articolo 46, la convenzione di cui all’articolo 93 deve contenere l’impegno del comune ad impiegare tali somme esclusivamente per l’acquisizione di fabbricati o aree specificamente individuati nel piano dei servizi e destinati alla realizzazione di attrezzature e servizi pubblici, ovvero per la realizzazione diretta di opere previste nel medesimo piano”.
    Orbene, date per legittime le monetizzazioni degli standard già svolte, l’utilizzo delle risorse derivanti è subordinata alla verifica a valle, da parte del Comune, che il bene oggetto di acquisizione risulti individuato nel piano dei servizi sia destinato all’effettiva realizzazione di attrezzature e servizi pubblici, ovvero di opere previste nel medesimo piano (cfr. Corte dei conti, sez. Lombardia, del. 100/2017).

  • Compatibilità tra carica di consigliere regionale  e assessore in un comune della regione.

    AREA: ORGANI ISTITUZIONALI

    DOMANDA :

    Un Comune, avente popolazione inferiore ai 15.000 abitanti, domanda se vi sia compatibilità, o meno, tra la carica di assessore con quella di consigliere della Regione a cui appartiene l'Ente. 

    RISPOSTA: 

     Il quesito trova origine, con ogni probabilità, nella lettura dell'articolo 65 del D. Lgs. 165/2001, disposizione che effettivamente prevede un'espressa incompatibilità tra le suddette cariche.
    Tuttavia, nonostante la vigenza della suddetta norma, si ritiene che nel caso di specie le due cariche siano compatibili.
    Occorre infatti precisare come, successivamente all'approvazione del TUEL, sia intervenuta la riforma del Titolo V della Costituzione con cui, per quanto qui più interessa, è stata prevista la potestà legislativa concorrente tra stato e regioni a riguardo della disciplina delle incompatibilità ed ineleggibilità rispetto alle cariche elettive regionali.
    Come successivamente meglio precisato dalla stessa Corte Costituzionale, il mutato assetto della potestà legislativa comporta che, per ragioni di congruenza sistematica, lo Stato possa legiferare in via esclusiva sulla materia della legislazione elettorale dei comuni mentre si avrà una concorrenza con la disciplina dettata a livello regionale per le cause di incompatibilità ed ineleggibilità a cariche elettive regionali derivanti da cariche elettive comunali o, in ogni caso, riferibili ad enti locali Corte Cost., sent. 201/2003).
    In siffatto quadro la norma prevista dall'articolo 65 del Tuel diviene – anche alla luce dei principi tracciati dall'articolo 3 della legge 165 del 2004 circa i principi fondamentali che le regioni sono tenute a rispettare nel legiferare sui predetti casi di ineleggibilità o di incompatibilità – immediatamente applicabile laddove manchi una disciplina regionale e, nel caso in cui la regione interessata abbia invece opportunamente normato, parametro di riferimento alla luce del quale l'incompatibilità tra le due cariche dev'essere considerata la regola, salve eventuali e circostanziate eccezioni che le regioni potranno introdurre in coerenza con i principi generali.
    Per quanto concerne la Regione Lombardia, occorre segnalare come, con la legge regionale numero 4/2002, fosse stata prevista l'incompatibilità della carica di consigliere regionale con quella di sindaco e assessore dei soli comuni capoluogo di provincia e dei comuni con popolazione superiore a 100.000 abitanti.
    Tale norma, con cui di fatto venivano ridotte a pochi casi le potenziali situazioni di incompatibilità, è stata però censurata dalla Corte Costituzionale che, anche alla luce del parametro di cui all'articolo 65 del TUEL, l'ha ritenuta contrastare con la legislazione nazionale secondo cui l'incompatibilità è la regola mentre la compatibilità è l'eccezione (Corte Cost, sent. 201/2003).
    In seguito alla dichiarazione di incostituzionalità della suddetta norma la regione Lombardia ha provveduto, con la legge numero 31 del 2016, a disciplinare - nuovamente e con maggiore stringenza - tali cause di incompatibilità disponendo la sola compatibilità tra carica di consigliere regionale e carica di assessore comunale qualora l'ente locale abbia popolazione. inferiore ai 15.000 abitanti al momento dell'elezione.
    Pertanto, considerata la normativa vigente, ed in particolare quella regionale, la quale pare in ogni caso conforme alla L. 165/2004 ed ai principi generali dell'ordinamento, per come meglio declinati negli ultimi anni dalla Corte Costituzionale, si ritiene che la carica di assessore in un comune della Lombardia avente popolazione inferiore ai 15.000 abitanti al momento dell'elezione sia compatibile con la carica di consigliere regionale.

  • Considerazioni riguardanti il particolare caso in cui un'abitazione collocata in un Comune abbia un unico accesso da altro Comune

    AREA: SERVIZI DEMOGRAFICI

    DOMANDA :

    Un Comune rappresenta di trovarsi dinnanzi ad una situazione particolare e, pertanto, chiede delucidazioni.
    Si tratta infatti di una abitazione di nuova costruzione interamente (recinzione e cancello compresi) ubicata in un comune (quello che ha rilasciato il permesso di costruire e su cui, finora, si è pagato IMU e TASI). Tuttavia l'unico accesso alla casa (quello su cui si affaccia il cancello), si affaccia su una via di un altro comune.
    Il lotto di terreno su cui sorge la casa, in parole povere, delimita il confine tra due comuni limitrofi. Il lotto è interamente nel primo comune, ma l'accesso si ha unicamente dal secondo comune.
    Così stando le cose, si vuole comprendere come l'ente debba procedere per quanto attiene a residenza, via, numero civico, iscrizione liste elettori e tasse.

    RISPOSTA: 

    Va anzitutto premesso come il caso in questione rappresenti, oggettivamente, un'ipotesi piuttosto particolare ed inconsueta, specie perché riferibile ad una nuova costruzione.
    Ed infatti le ipotesi in cui l'ente comunale autorizza la costruzione di una nuova abitazione sono generalmente legate alla realizzazione di piani particolareggiati, all'interno dei quali vengono previste – ed attuate – anche le necessarie opere di urbanizzazione primaria, tra cui figura evidentemente anche la viabilità di accesso al fondo che, pertanto, viene solitamente a gravare sul territorio del comune in questione.
    Ciò detto, pare tuttavia potersi affermare che, in ogni caso, la residenza presso detta unità abitativa debba essere definita in forza del dato territoriale e, pertanto, dal Comune sul cui territorio insiste la nuova costruzione.
    Lo stesso dicasi, conseguentemente, per l'iscrizione nelle liste elettorali.
    Nessun dubbio sorge, poi, per il pagamento dell'Imposta Municipale Unica – ove ovviamente dovuta – e lo stesso può dirsi per la tassa sui servizi indivisibili.
    Diversamente, invece, la tassa sui rifiuti potrebbe dover essere corrisposta al Comune – o al soggetto affidatario del servizio, laddove gli sia stato demandato anche l'incameramento diretto della tassa – da cui si accede all'abitazione nell'ipotesi in cui il servizio venga effettivamente erogato da questo Ente e non dal Comune al cui territorio appartiene l'immobile.
    Infine, per quanto concerne l'attribuzione dell'indirizzo civico, si ritiene che questo debba comunque essere attribuito dal Comune richiedente, al pari di quanto può avvenire per quei rari casi in cui una porzione di un Comune risulti interclusa nel territorio di altro comune.
    Più semplicemente, non essendoci una pubblica via d'accesso, tale indirizzo dovrà essere individuato facendo riferimento, ad esempio, alla località in cui si trova immobile.

     

  • Criteri di aggiornamento dei trasferimenti compensativi per l'esenzione imu sui terreni agricoli

    AREA: RAGIONERIA E TRIBUTI

    DOMANDA :

    Un Comune domanda se vi sia, o meno, un criterio di aggiornamento ed adeguamento dei trasferimenti compensativi disposti dallo Stato in favore dei comuni per l'esenzione IMU dei terreni agricoli di cui all'articolo 1 comma 13 della legge 208/2015 poiché, nel corso del 2017, il predetto Ente ha rilevato un notevole aumento dei terreni ricadenti in tale ipotesi di esenzione.

    RISPOSTA: 

    Il quesito in oggetto verte su una materia alquanto complessa qual è quella dell'IMU, imposta la cui disciplina, di origine alluvionale, ha subito e continua a subire costantemente interventi e manipolazioni da parte del legislatore.
    Quanto agli aspetti caratterizzanti il caso di specie, occorre evidenziare anzitutto come, per l'ipotesi di esenzione in oggetto, ossia quella disposta con la legge di stabilità per il 2016 su tutti i terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti e da imprenditori agricoli professionali indipendentemente dalla loro ubicazione, non di debba fare riferimento ai trasferimenti compensativi di cui alla legge 147/2013.
    Ed infatti tali trasferimenti - che, come, si può notare sono tra l'altro precedenti l'entrata in vigore dell'esenzione di cui si tratta - erano in realtà riconducibili alle ipotesi di esenzione previgenti la legge 208/2015 e da questa abrogate.
    Al contrario, il legislatore ha previsto un articolato sistema di compensazione del minore gettito derivante dalle numerose esenzioni introdotte con la legge di stabilità per il 2016 pensato quale incremento del Fondo di Solidarietà Comunale per le Regioni a statuto ordinario non che per la Sicilia è la Sardegna.
    Più precisamente, con l'articolo 1 comma 17 della legge 208/2015 è stato previsto un incremento del FSC di 3.767,45 milioni di Euro di cui 152,40 milioni di Euro specificamente imputabili quali trasferimenti compensativi per l'esenzione IMU sui terreni agricoli, il cui minor gettito è stato stimato sulla base dei versamenti F24 riferibili all'anno 2015.
    Il concreto riparto di tali risorse con cui è stato alimentato il Fondo di Solidarietà comunale viene, poi, rimandato ad un D.P.C.M. da approvare ai sensi è dalle condizioni di cui all'articolo 1 della legge 24 dicembre 2012, n. 228.
    E' stato così approvato, da ultimo, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 25 maggio 2017, all'interno del quale vengono specificamente attribuite le risorse finalizzate al ristoro delle esenzioni IMU tra cui figura anche quella qui trattata.
    Più precisamente, al riparto di cui all'articolo 5 fa seguito l'allegato nr. 3 ove, in teoria, è possibile individuare il ristoro dovuto ad ogni comune per le differenti tipologie di esenzione.
    Nulla viene detto, però, specificamente alle eventuali variazioni nel tempo legate all'applicazione delle esenzioni IMU introdotte nel 2015.
    Si potrebbe pertanto desumere che, in poche parole, tramite l'applicazione costante e coerente di detto sistema, ponderato annualmente in ragione dei versamenti F24 riferibili all'anno precedente, i singoli Enti vedranno ristorato, almeno in parte e comunque solo sul FSC per l'anno successivo, il minor gettito IMU.
    In ogni caso, stante anche i notevoli margini di incertezza interpretativa ed applicativa, si suggerisce di voler porre specifico quesito al MEF con puntuale allegazione dei dati rilevanti ai fini della determinazione del minor gettito.

  • Criteri di computo del personale per la determinazione della quota di riserva ai sensi della L.69/1999

    AREA: PERSONALE ED ORGANIZZAZIONE

    DOMANDA :

    Un Comune domanda come debbano essere considerati, nel calcolo dei dipendenti ai fini dell'assunzione di personale appartenente alle categorie protette, i Responsabili di Settore di un Ente sprovvisto di figure dirigenziali.

    RISPOSTA: 

    Com'è noto, i criteri di computo della quota di riserva per i soggetti disabili da assumere sono indicati nell'articolo 4 della legge 68 del 1999.
    Con detta disposizione il legislatore ha previsto la necessità di computare tra i dipendenti – di norma – tutti i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato, salvo poi indicare immediatamente dopo alcune eccezioni quali, ad esempio, i lavoratori stagionali, i lavoratori con contratto di somministrazione, i lavoratori a tempo determinato e, per quanto qui più interessa, i dirigenti.
    Dal riferimento a quest'ultima categoria nasce, evidentemente, il quesito in trattazione stante il fatto che, nel Ente richiedente, pur non essendovi figure dirigenziali, vi sono alcuni dipendenti investiti della responsabilità dei settori in cui è articolato l'organigramma del Comune e, pertanto, ci si domanda se questi possano essere esclusi – al pari dei dirigenti – dal computo per la determinazione della quota di riserva.
    Ciò posto, si ritiene tuttavia vi siano molteplici e convergenti motivazioni di diritto che portano a ritenere inapplicabile tale esclusione al caso che qui occupa.
    Anzitutto è pacifico come, da un punto esegetico, una specifica eccezione, quale quella individuata per i dirigenti, debba essere interpretata in via tendenzialmente restrittiva, piuttosto che in via estensiva.
    L'elemento, però, che pare dirimere il caso di specie, può essere desunto da una corretta lettura, sotto il profilo teleologico, della norma dettata dalla citata disposizione: il legislatore, stabilita la regola generale – ma comunque derogabile, in presenza di specifiche condizioni, dato lo specifico inciso “di norma” - della necessità di computare tutti i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato, ha poi previsto una serie di ipotesi derogatorie per certi aspetti molto diverse ma che, in realtà, sono accomunate tutte dal carattere instabile, precario e temporaneo del rapporto di lavoro a cui si riferiscono.
    In sostanza, quindi, il discrimen individuato dal legislatore ai fini del suddetto computo è quello della stabilità, o meno, del rapporto di lavoro intercorrente tra le parti.
    Sotto questa specifica prospettiva ben si comprende, quindi, come l'eventuale attribuzione di funzioni di cui all'art. 107 del TUEL a personale privo di qualifica dirigenziale ma con un rapporto di lavoro a tempo indeterminato non abbia rilevanza, ai fini del computo di cui all'art. 4 del D. Lgs. 68/1999, stante il fatto che, a tal fine, dovrà farsi riferimento alle caratteristiche proprie del rapporto di lavoro in essere piuttosto che alle mansioni effettivamente svolte.
    Conferma della bontà di tale impostazione giunge, inoltre, anche dalla nota del Ministero del Lavoro n. 17699 del 2012 con cui, seppur molto sinteticamente, viene precisato come l'individuazione della figura del dirigente debba avvenire “sulla base del contratto collettivo di lavoro applicato dal datore di lavoro”.

  • Deroga all'applicazione del limite dei due mandati esecutivi per il sindaco di un piccolo comune

    AREA: ORGANI ISTITUZIONALI

    DOMANDA :

    Un Comune chiede se sia consentito, o meno, ad un sindaco di un comune con popolazione inferiore ai 1000 abitanti di candidarsi per il terzo mandato consecutivo.

    RISPOSTA: 

    Il limite del cd. doppio mandato, oggi contemplato dall'art. 51 TUEL, è stato inizialmente previsto dalla L. 81/1993 con cui era stata introdotta l’elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia.
    La ratio della norma viene generalmente ricondotta all’esigenza di bilanciare i nuovi e maggiori poteri riconosciuti, proprio dal sistema di elezione diretta, al sindaco e al presidente di provincia rispetto a quelli delle giunte e dei consigli, così introducendo un limite – in soli termini di continuità – alla permanenza al vertice dell'Amministrazione di un determinato soggetto.
    Ed infatti la L. 81/1993 ha solamente previsto l'immediata rieleggibilità alla medesima carica dopo due mandati consecutivi, senza con ciò pregiudicare un eventuale terzo mandato, previa opportuna interruzione.
    Anche la giurisprudenza ha più volte chiarito la rispondenza di tale norma alla necessità di favorire il ricambio ai vertici dell’amministrazione locale ed evitare la soggettivizzazione dell’uso del potere dell’amministrazione locale, in modo da spezzare il vincolo personale tra elettore ed eletto per sostituire alla personalità del comando l’impersonalità di esso ed evitare clientelismo (Corte di cassazione, I Sezione civile, sent. 20 maggio 2006 n. 11895).
    Cionondimeno, l'ineleggibilità per un terzo mandato consecutivo per il sindaco od il presidente della provincia ha sempre sollevato – sia sul piano politico che su quello giuridico – notevoli perplessità, tanto che ne è stata a più riprese posta in dubbio la costituzionalità.
    Così stando le cose, dopo numerosi tentativi di modificare l'art. 51 del TUEL (tra cui l'approvazione da parte del Senato nel 2004 di una proposta di legge che intendeva consentire la possibilità di un terzo mandato consecutivo per i sindaci di comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti), si è giunti alla promulgazione della L. 56/2014 (cd. Legge Del Rio) con cui, tra le numerose norme a favore dei piccoli comuni, è stata prevista dal c. 138 dell'art. 1 la deroga, per i comuni con popolazione fino a 3000 abitanti, rispetto alle disposizioni di cui all'art. 51 TUEL, prevedendo tuttavia un limite massimo di tre mandati (da intendersi come consecutivi).
    Pertanto un sindaco di un comune con popolazione inferiore ai 1000 abitanti ben potrà candidarsi per una terza tornata elettorale, stante l'inapplicabilità della causa di ineleggibilità di cui all'art. 51 TUEL.

  • Determinazione del piano triennale di fabbisogno del personale alla luca dei criteri recentemente introdotti

    AREA: PERSONALE ED ORGANIZZAZIONE

    DOMANDA :

    Un Comune rappresenta alcune difficoltà interpretative nel rivisitare il piano delle assunzioni per il triennio 2019-2021 alla luce del D. Lgs. 75/2017 e delle Linee Guida approvate con D.M. 8.5.2018.

    RISPOSTA: 

    Con recenti interventi, ed in particolare con il D. Lgs. 75/2017 e le Linee Guida approvate con D.M. 8.5.2018, sono stati definiti nuovi criteri per le PP.AA. volti a mutare la metodologia di calcolo del proprio fabbisogno di personale.
    La nuova visione conduce ad un superamento della concezione statica della dotazione organica per giungere ad un paradigma più flessibile, ossia al PTFP.
    In questo quadro, al p.to 2.2 delle citate Linee Guida vengono comunque previsti alcuni criteri (o meglio, come riportato dalla stessa rubrica, dei vincoli finanziari) da rispettare per definire il PTFP.
    Viene così precisato che prudenzialmente, nel calcolare la spesa del personale in servizio, andrà figurativamente computata anche la spesa “espandibile” dei contratti a tempo pieno trasformatisi in part-time.
    Parallelamente, al p.to 2.1., nel precisare come il PTFP si traduca essenzialmente in un valore finanziario, viene anche precisato come ciascuna amministrazione (tra cui gli EE.LL.) dovrà comunque rispettare non solo questo tetto massimo di spesa potenziale per il personale ma, altresì, i vincoli finanziari preesistenti.
    Ecco che, allora, tra le due disposizioni non pare sorgere alcun potenziale conflitto. Nel determinare il proprio PTFP l'Ente dovrà quantificare la spesa per il personale già in dotazione applicando il descritto criterio prudenziale a riguardo dei contratti part-time.
    Al contempo, però, il Comune dovrà in ogni caso rispettare i già noti vincoli finanziari vigenti in materia di spesa di personale.
    Nel caso in cui questi risultassero più stringenti rispetto all'ipotetico tetto massimo di spesa potenziale dato dai calcoli per giungere al PTFP, l'Ente dovrà comunque garantirne il rispetto dato che tali norme non sono state abrogate dalla sopravvenuta disciplina (né avrebbero potuto essere abrogate o derogate da fonti normative di rango secondario). E, al fine di giungere a tale obiettivo, l'applicazione del descritto criterio circa la spesa del personale part-time, caratterizzato da una finalità prudenziale e tale da comprimere al massimo i possibili spazi per ulteriori spese di personale, non pare porre problemi di sorta.
    Nel caso in cui, invece, questa condizione posta per il calcolo della spesa del personale con riferimento ai contratti part-time porti ad un tetto massimo di spesa addirittura inferiore rispetto ai vincoli finanziari previgenti, in ogni caso il PTFP dell'Ente dovrà attestarsi su questa minore spesa massima complessiva essendo tali criteri applicabili anche agli Enti Locali, come previsto dallo stesso D.M. 8.5.2018 che, proprio per tale ragione, è stato anche approvato in sede di Conferenza unificata.

  • Impiego dell’avanzo disponibile e priorita’ previste dall’art’187 TUEL

    AREA: RAGIONERIA E TRIBUTI

    DOMANDA :

    Viene domandato se sia possibile impiegare l'avanzo disponibile, come determinato dal Rendiconto 2018, per il finanziamento di investimenti, oppure se per questo scopo occorra prima necessariamente approvare la salvaguardia degli equilibri di bilancio.
    Ciò in quanto l'art. 187, c. 2 del D.Lgs. 267/2000 sembrerebbe stabilire un ordine di priorità, sulla cui tassatività vengono chieste delucidazioni, sempre al fine di comprendere se sia necessario attendere la salvaguardia, prima di procedere con una variazione per finanziare investimenti.

    RISPOSTA: 

    In relazione al quesito posto si osserva quanto segue.
    Il comma 2 dell'art. 187 del TUEL recita testualmente che “ La quota libera dell'avanzo di amministrazione dell'esercizio precedente, accertato ai sensi dell'art. 186 e quantificato ai sensi del comma 1, può essere utilizzato con provvedimento di variazione di bilancio, per le finalità di seguito indicate in ordine di priorità:
    a) per la copertura dei debiti fuori bilancio;
    b) per i provvedimenti necessari per la salvaguardia degli equilibri di bilancio di cui all'art. 193 ove non possa provvedersi con mezzi ordinari;
    c) per il finanziamento di spese di investimento;
    d) per il finanziamento delle spese correnti a carattere non permanente;
    e) per l'estinzione anticipata dei prestiti. Nelle operazioni di estinzione anticipata di prestiti, qualora l'ente non disponga di una quota sufficiente di avanzo libero, nel caso abbia somme accantonate per una quota pari al 100 per cento del fondo crediti di dubbia esigibilità, può ricorrere all'utilizzo di quote dell'avanzo destinato a investimenti solo a condizione che garantisca, comunque, un pari livello di investimenti aggiuntivi.
    Resta salva la facoltà di impiegare l'eventuale quota del risultato di amministrazione “svincolata”, in occasione dell'approvazione del rendiconto, sulla base della determinazione dell'ammontare definitivo della quota del risultato di amministrazione accantonata per il fondo crediti di dubbia esigibilità, per finanziare lo stanziamento riguardante il fondo crediti di dubbia esigibilità nel bilancio di previsione dell'esercizio successivo a quello cui il rendiconto si riferisce”.
    A sua volta l'art. 193 del citato Testo Unico prevede, per quanto qui interessa, che “Gli enti locali rispettano durante la gestione e nelle variazioni di bilancio il pareggio finanziario e tutti gli equilibri stabiliti in bilancio per la copertura delle spese correnti e per il finanziamento degli investimenti, secondo le norme contabili recate dal presente testo unico, con particolare riferimento agli equilibri di competenza e di cassa di cui all'art. 162, comma 6.
    Con periodicità stabilita dal regolamento di contabilità dell'ente locale, e comunque almeno una volta entro il 31 luglio di ciascun anno, l'organo consiliare provvede con delibera a dare atto del permanere degli equilibri generali di bilancio o, in caso di accertamento negativo, ad adottare, contestualmente:
    a) le misure necessarie a ripristinare il pareggio qualora i dati della gestione finanziaria facciano prevedere un disavanzo, di gestione o di amministrazione, per squilibrio della g estione di competenza, di cassa ovvero della gestione dei residui;
    b) i provvedimenti per il ripiano degli eventuali debiti di cui all'art. 194....”
    Ciò posto è chiaro che, nel caso in cui l'Amministrazione intenda utilizzare l'avanzo, l'ordine stabilito dall'art. 187 del TUEL - espressamente definito come prioritario - dovrà essere rispettato. Quanto alle prime due ipotesi si tratta chiaramente di fattispecie per cui, ove ne venga accertata la sussistenza, il legislatore ritiene di poter comprimere la libertà dell'Ente locale nell'utilizzare il proprio avanzo in quanto occorrerà, prioritariamente, destinarlo alla risoluzione di tali problematiche.
    Cionondimeno non pare che l'Ente debba necessariamente attendere la verifica degli equilibri finanziari che, ove non previsto diversamente, verrà deliberata con ogni probabilità nel mese di luglio.
    Ed infatti la norma sopra richiamata si riferisce, sia per quanto riguarda la lett. a) (debiti fuori bilancio) che per quanto concerne la lett. b) ( provvedimenti necessari per la salvaguardia degli equilibri di bilancio) ad ipotesi già accertate e verificate.
    D'altra parte i “provvedimenti necessari” per la salvaguardia degli equilibri di bilancio rappresentano una misura eccezionale che, come chiarito dall'art. 193, dovrà essere disposta solo ove vi sia un accertamento negativo degli equilibri di bilancio.
    Diversamente ed ordinariamente, d'altronde, il bilancio si presume in equilibrio.
    Non solo ma, proprio per la ratio sottesa ai predetti provvedimenti ed alla necessità di garantire l'equilibrio di bilancio con le risorse ordinarie viene prevista la necessità di impiegare in detta maniera l'avanzo solo “ove non possa provvedersi con mezzi ordinari”.
    D'altronde si aggiunga che, anche a voler ammettere una lettura (smentita sia a livello letterale che sistematico) della norma tale per cui sia necessario attendere la verifica degli equilibri di bilancio ex art. 193, ciò equivarrebbe a dire che il legislatore “presume” o, quantomeno, “teme” che il bilancio possa non essere in equilibrio.
    In conclusione, ferma restando ovviamente la facoltà di una formale verifica anticipata degli equilibri di bilancio ai sensi dell'art. 193, si ritiene che l'ipotesi di cui all'art. 187 c.2, lett b) riguardi solamente i casi in cui sia già stata accertata la necessità di intervenire sugli equilibri di bilancio.

  • Indennità di carica per gli amministratori locali e divieto di cumulo con gli emolumenti spettanti ai Parlamentari.

    AREA: ORGANI ISTITUZIONALI

    DOMANDA :

    Un Comune chiede se sia consentito, o meno, il cumulo tra l'indennità di carica di assessore e quella di parlamentare.

    RISPOSTA: 

    Com'è noto, gli interventi legislativi succedutisi negli ultimi dieci anni in materia di ordinamento degli enti locali – ed, in particolare, in tema di organi di governo dei suddetti enti – sono stati tutti finalizzati al perseguimento di una maggiore efficienza nella gestione dei predetti enti pubblici, obiettivo molto spesso raggiunto attraverso puntuali interventi di riduzione della spesa riconducibile ai comuni, agli enti intermedi od alle province.
    E' in questo quadro, dunque, che vengono ad innestarsi le innumerevoli modifiche apportate al TUEL circa la disciplina relativa alla composizione, al funzionamento degli organi di governo degli enti nonché allo status degli amministratori locali.
    Per brevità, e per quanto qui più interessa, occorre richiamare quindi la disciplina attualmente dettata dall'art. 83 del D. Lgs. 267/2000 ove –in coerenza con il precedente art. 82 con cui viene previsto il divieto di cumulo tra indennità di amministratore eventualmente dovute da differenti enti locali ad un medesimo soggetto – si prescrive che i “parlamentari nazionali ed europei, nonché i consiglieri regionali non possono percepire i gettoni di presenza o altro emolumento comunque denominato previsti dal presente capo”.
    La norma vigente rappresenta il risultato di uno specifico intervento normativo apportato con il D. Lgs. 78/2010, decreto con cui, oltre a prevedere un tetto massimo ai gettoni di presenza, la riduzione delle indennità spettanti agli amministratori locali, nonché il divieto di attribuire emolumenti in qualsiasi forma agli amministratori di comunità montane e unioni di comuni, è stata stabilita l’estensione a qualsiasi emolumento degli amministratori locali, previsto dal TUEL, del divieto di cumulo per i parlamentari nazionali ed europei, e per i consiglieri regionali, divieto in precedenza limitato al solo gettone di presenza ( tanto che, con l'art. 5, c. 8, del D. Lgs. 78/2010 è stato espressamente previsto che all'art. 83, dopo le parole: “i gettoni di presenza” sono inserite le seguenti: “o altro emolumento comunque denominato”).
    Così stando le cose, è chiaro come il quesito posto debba essere risolto nel senso della non cumulabilità delle indennità dovute all'amministratore locale con qualsiasi altro emolumento maturato quale membro del parlamento, sia esso nazionale od europeo.

  • L'istanza di occupazione del suolo pubblico per attivita' politiche e' soggetta all'imposta di bollo?

    AREA: ALTRO

    DOMANDA :

    Un Comune chiede di avere delucidazioni in ordine alla necessità di applicare, o meno, l'imposta di bollo alle istanze di occupazione del suolo pubblico presentate dai partiti politici per esercitare la propria attività, stante l'esistenza di prassi parzialmente difformi tra gli enti del territorio.

    RISPOSTA: 

    Come opportunamente ricordato dall'Agenzia delle Entrate con propria Risoluzione n. 89/E del 01/04/2009, l'art. 3 della tariffa allegata al DPR 26 ottobre 1972, n. 642, prevede l’applicazione dell’imposta di bollo fin dall’origine per tutte le “Istanze, petizioni, ricorsi e relative memorie dirette agli uffici e agli organi (…) dell’amministrazione dello Stato, delle regioni, delle province, dei comuni, (…) tendenti ad ottenere l’emanazione di un provvedimento amministrativo o il rilascio di certificati, estratti, copie e simili”.
    Rispetto alla regola generale vengono, poi, ad essere previste alcune deroghe, quale quella dettata dall’articolo 27-ter della tabella di cui all’allegato B annessa al DPR n. 642 del 1972 a mente della quale l’esenzione dall’imposta di bollo è stata estesa anche agli “Atti costitutivi, statuti ed ogni altro atto necessario per l’adempimento di obblighi dei movimenti o partiti politici, derivanti da disposizioni legislative o regolamentari”.
    Dalla lettera della norma si evince pertanto come in tale ipotesi esentativa rientrino gli atti espressione dell’attività dei movimenti o dei partiti politici qualora, però, questi siano da considerarsi “necessari” rispetto alle fonti primarie (disposizioni legislative) o secondarie (regolamenti).
    Pertanto, laddove le istanze presentate all'amministrazione comunale dai partiti politici abbiano mera finalità divulgativa, non imposta da alcuna norma giuridica, queste saranno soggette all'imposta di bollo ai sensi del D.P.R. 642/1972.
    Fermo restando ciò, preme in questa sede ricordare come vi siano, poi, altre ipotesi specifiche di esenzione dall'imposta di bollo delle istanze di occupazione del suolo pubblico presentate dai partiti, quali ad esempio quelle finalizzate alla raccolta di firme per le candidature elettorali (art. 14, c.3, L. 53/90), alla raccolta di firme per le campagne referendarie e le petizioni legislative (L. n. 352/70), nonché per la propaganda elettorale e la propaganda referendaria.

  • Modalità di affidamento degli impianti sportivi comunali

    AREA: ALTRO

    DOMANDA :

    Un Comune chiede chiarimenti circa le modalità con cui dovrà affidare il bocciodromo comunale, tenuto conto anche del rapporto convenzionale in essere con la locale associazione bocciofila, ormai giunto a naturale scadenza. 

    RISPOSTA: 

    Per poter evadere la richiesta dell'Ente corre l'obbligo, anzitutto, di tracciare nei suoi perimetri il quadro giuridico di riferimento.
    La gestione degli impianti sportivi può, a seconda che assuma o meno rilevanza economica, essere qualificata quale concessione di servizi oppure quale appalto di servizi.
    Peraltro, ai fini dell'individuazione di una potenziale rilevanza economica, è necessario, in sostanza, distinguere quei servizi resi alla collettività anche al di fuori di una logica di profitto d’impresa, cioè quelli che il mercato privato non è in grado o non è interessato a fornire, da quelli appetibili per gli operatori economici.
    Svolta questa valutazione, laddove la gestione del bocciodromo dovesse ritenersi priva di alcun rilievo economico, allora si potrà procedere ad un affidamento quale servizio reso per conto dell’Amministrazione ed in assenza di rischio operativo, secondo le specifiche previsioni dettate dal Codice per gli appalti di servizi sociali, di cui al Titolo VI, sez. IV.
    Diversamente, qualora la gestione dell'impianto risultasse economicamente rilevante, è oramai stato più volte chiarito come, dovendosi qualificare tale attività quale concessione di servizi, deve ritenersi superata la norma dettata dall'art. 90, c. 25 della legge 289/2002 ove si prevedeva, in sostanza, la possibilità per gli enti di affidare, in via preferenziale, gli impianti sportivi a società e associazioni sportive dilettantistiche sulla base di convenzioni dirette.
    Pertanto la gestione, ove non assunta direttamente dall’ente, non potrà che sottostare alle regole dell’evidenza pubblica prevista per la “concessione di pubblico servizio”, con la conseguenza che l’ente locale che intenda affidare a terzi tale gestione è tenuto, ai sensi dell’articolo 30, comma 3, del d.lgs. n. 163/2006, ad indire una procedura selettiva tra i soggetti qualificati in relazione al suo oggetto (del. ANAC. n. 1300 del 14.12.2016; si veda, in termini, Cons. Stato, sent. 27.2.2018, n. 1172).
    A tal proposito è bene peraltro ricordare come l'art. 164 del Codice dei contratti, portante l'oggetto e l'ambito di applicazione dei contratti di concessione, preveda come “alle procedure di aggiudicazione di contratti di concessione di lavori pubblici o di servizi si applicano, per quanto compatibili, le disposizioni contenute nella parte I e nella parte II, del presente codice, relativamente ai principi generali, alle esclusioni, alle modalità e alle procedure di affidamento...”.
    Ciò detto, qualora venga indetta una procedura selettiva il favor indicato dal Legislatore nazionale per le associazioni sportive può essere adeguatamente valorizzato – secondo la stessa Autorità – procedendo “ad un confronto concorrenziale tra i soggetti indicati nella stessa disposizione normativa (L. 382/2002,n.d.r)”.
    Ma, a ben vedere, v'è di più.
    La Legge Regionale Veneto n. 8/2015 fornisce – nell'ambito della potestà regionale, da leggersi sempre in coerenza con il quadro normativo nazionale e comunitario, quale il sopravvenuto D. Lgs. 50/2016 – ulteriori criteri circa l'affidamento degli impianti sportivi comunali ove, oltre a prevedere alcune ipotesi di affidamento diretto, ribadisce l'utilità di procedere a procedure di evidenza pubblica snelle, indirizzate alle associazioni sportive operanti sul territorio ( da non intendersi in senso stretto come quello comunale), nonché valorizzando la precedente esperienza nel settore ed altri aspetti tecnico organizzativi, ponendo invece in secondo piano gli aspetti economici dell'offerta.

  • Modalita' di rilascio della carta famiglia e suo funzionamento

    AREA: ALTRO

    DOMANDA :

    Un Comune chiede delucidazioni circa le modalità di erogazione della Carta Famiglia ed il suo potenziale funzionamento. 

    RISPOSTA: 

    A quanto consta il D. M. 20.9.2017, pubblicato sulla G.U. Del 9.1.2018, deve considerarsi già attuativo della previsione di cui all'art. 1, c. 391, della Legge n. 208/2015 poiché, in coerenza con la delega ivi portata, sono stati con il citato decreto effettivamente definiti i criteri e le modalità di rilascio della carta alle famiglie che ne facciano richiesta.
    Detti criteri e modalità risultano, peraltro, essenziali e di agevole applicazione poiché, in sostanza, occorre unicamente verificare la residenza del nucleo familiare, la sua composizione ed il reddito ISEE.
    Cionondimeno è evidente come, anche a seguito dell'entrata in vigore di tale decreto ministeriale, con cui sono state semplicemente chiarite le modalità di rilascio di tale strumento di agevolazione per le famiglie più numerose, rischi di restare indefinito il contenuto di detta carta.
    Il problema, però, pare stare a monte della decretazione ministeriale, ossia nella stessa norma istitutiva della carta famiglia: si tratta infatti id uno strumento introdotto senza oneri a carico dello Stato, neppure per la sua emissione e distribuzione.
    In sostanza, quindi, le agevolazioni a cui potenzialmente si può ricollegare sono rimesse alla mera bontà futura dei soggetti pubblici o privati “che intendano a contribuire” all'iniziativa mediante, si noti bene, “concessione” di sconti o riduzioni tariffarie.
    Per espressa previsione normativa, poi, i soggetti aderenti potranno al più valorizzare, in cambio, la loro partecipazione all'iniziativa a scopi promozionali e pubblicitari, così venendo esclusa ogni possibile forma di intervento economico pubblico indiretto – anche da parte degli enti locali – per favorire l'adesione da parte di possibili operatori economici a possibili convenzioni che riconoscano agevolazioni ai titolari della carta famiglia.
    A ciò si aggiunga, poi, che per espressa previsione del decreto ministeriale gli enti territoriali, e per quanto qui più interessa i comuni, comunque sempre tenuti al rilascio della Carta ai sensi dell'art. 2 del Decreto ministeriale, potranno al più sottoscrivere delle convenzioni con valenza limitata al proprio territorio (così devono essere letti, da un punto di vista sistematico, la locuzione “su base comunale “ ed il termine “locale” di cui all'art. 4, c. 3, lett. c).

  • Nomina del responsabile per la transizione al digitale in assenza di personale interno debitamente qualificato

    AREA: PERSONALE ED ORGANIZZAZIONE

    DOMANDA :

    Viene domandato se l'incarico di responsabile per la transizione al digitale previsto dal Cad possa essere nominato all'esterno dell'Ente qualora non vi sia personale interno dotato di professionalità e competenze richieste per l'incarico da attribuire.

    RISPOSTA: 

    La figura del responsabile per la transizione al digitale è prevista e disciplinata dall'art. 17 del D. Lgs. n. 82/2005, per come successivamente novellato dal D. Lgs. n. 179/2016 e dal D. Lgs. n. 217/2017.
    Si tratta essenzialmente di una figura deputata a garantire la transizione al digitale dell'Amministrazione mediante svolgimento di innumerevoli compiti di programmazione, indirizzo, coordinamento e monitoraggio (art. 17 c.1), la quale dovrà rispondere direttamente all'organo di vertice politico o, in sua assenza, a quello amministrativo dell'Ente (art. 17, c. 1-sexies).
    Per tali ragioni il legislatore ha previsto che “il responsabile dell'ufficio di cui al comma 1 è dotato di adeguate competenze tecnologiche, di informatica giuridica e manageriali” (art. 17, c. 1-ter).
    Detta disciplina, tuttavia, è stata sviluppata avendo quale chiaro riferimento – depone in tal senso un'attenta lettura della disposizione in analisi – le PP.AA. di maggiori dimensioni, tendenzialmente Amministrazioni Centrali, dotate ed articolate in uffici dirigenziali, nell'ambito dei quali deve essere necessariamente individuato il responsabile per la transizione.
    Per chiarire, almeno in parte, le modalità di individuazione di tale figura all'interno delle altre PP.AA. è stato previsto che “nel rispetto della propria autonomia organizzativa, le pubbliche amministrazioni diverse dalle amministrazioni dello Stato individuano l'ufficio per il digitale di cui al comma 1 tra quelli di livello dirigenziale oppure, ove ne siano privi, individuano un responsabile per il digitale tra le proprie posizioni apicali. In assenza del vertice politico, il responsabile dell'ufficio per il digitale di cui al comma 1 risponde direttamente a quello amministrativo dell'ente” (c. 1 sexies).
    Successivamente, poi, viene chiarito che “i soggetti di cui al comma 1-sexies possono esercitare le funzioni di cui al medesimo comma anche in forma associata” (c. 1-septies).
    Sul tema è anche intervenuta una successiva circolare, la n. 3/2018, del Ministero per la Pubblica Amministrazione che, data la sua attinenza alla questione in analisi, si invita a consultare.
    Ebbene, dal siffatto quadro giuridico si ritiene che il responsabile per la transizione debba essere individuato tra le posizioni apicali presenti all'interno del Comune o, comunque, debba essere possibilmente evitato l'incarico di un soggetto esterno che non sia organico ad altra Amministrazione.
    D'altronde anche la specificazione di cui al c. 1-septies, nel consentire lo svolgimento di tale funzione in forma associata – in sostanziale deroga al principio per cui ciascuna Amministrazione individua al proprio interno la suddetta figura – pare confermare implicitamente la necessità di provvedere con dette modalità all'individuazione del RTD.
    Restano tuttavia insolute le criticità legate all'eventuale incompetenza, rispetto a quanto richiesto dalla stessa norma, delle figure apicali presenti all'interno dell'Ente.
    A tal riguardo, ci si permette di avanzare due possibili soluzioni.
    Anzitutto, anche nella prospettiva di una definitiva digitalizzazione della P.A., sarebbe auspicabile che una o più figure interne dell'Ente acquisiscano opportune competenze tecnologiche ed informatiche. In sede di prima nomina del RTD, si potrebbe pensare anche ad un affiancamento, anche a fini formativi, da parte di un consulente esterno.
    In seconda battuta, si potrebbe verificare la possibilità di nominare un RTD attingendo da personale di altro ente locale, in coerenza con l'art. 17, c. 1-sexies ed anche alla luce del favor, ancora recentemente ribadito, verso la condivisione delle risorse umane tra enti locali i quali “possono utilizzare, con il consenso dei lavoratori interessati, personale assegnato da altri enti cui si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto funzioni locali per periodi predeterminati e per una parte del tempo di lavoro d'obbligo, mediante convenzione e previo assenso dell'ente di appartenenza. La convenzione definisce, tra l'altro, il tempo di lavoro in assegnazione, nel rispetto del vincolo dell'orario settimanale d'obbligo, la ripartizione degli oneri finanziari e tutti gli altri aspetti utili per regolare il corretto utilizzo del lavoratore. Si applicano, ove compatibili, le disposizioni di cui all'articolo 14 del contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto delle regioni e delle autonomie locali del 22 gennaio 2004” (art. 1, c. 124 L. n. 145/2018).

  • Non e’ possibile applicare l’avanzo libero presunto in sede di predisposizione del bilancio di previsione

    AREA: RAGIONERIA E TRIBUTI

    DOMANDA :

    Un Comune associato domanda se sia possibile applicare in  sede di predisposizione del Bilancio di Previsione 2019-2021 una parte di avanzo libero presunto per finanziare investimenti previsti nel 2019 stanziando sia l'entrata da avanzo, sia la spesa per l'investimento, nonché condizionando sospensivamente l'utilizzo del detto avanzo all'avvenuta approvazione del Rendiconto 2018.

    RISPOSTA: 

    L'ipotesi avanzata di una possibile applicazione dell'avanzo libero presunto senza che sia ancora stato preventivamente approvato il Rendiconto non pare conforme al sistema contabile degli enti locali per come disciplinato dal D. Lgs. n. 118/2011.
    Nel trattare le modalità con cui determinare, nonché successivamente destinare o applicare il risultato di amministrazione il legislatore ha specificamente affrontato, al p.to 9.2. del principio contabile di cui all'allegato 4/2 del citato decreto, il tema dell'eventuale applicazione in sede di approvazione del bilancio preventivo dell'avanzo di amministrazione presunto.
    Dopo aver premesso che “Il risultato di amministrazione è accertato e verificato a seguito dell'approvazione del rendiconto dell'esercizio precedente”, è stato tuttavia precisato essere comunque necessario procedere in occasione della predisposizione del bilancio di previsione “alla determinazione del risultato di amministrazione presunto, che consiste in una previsione ragionevole e prudente del risultato di amministrazione dell'esercizio precedente, formulata in base alla situazione dei conti alla data di elaborazione del bilancio di previsione”.
    Cionondimeno tale previsione risulta funzionale all'eventualità in cui si possa presumere il mancato raggiungimento del pareggio di bilancio, e ciò in quanto “nel caso di disavanzo di amministrazione presunto è necessario iscrivere tale posta tra le spese del bilancio di previsione e, a seguito dell'approvazione del rendiconto, variare tale importo, al fine di iscrivere l'importo del disavanzo definitivamente accertato”.
    Al contrario, invece, “non è conforme ai precetti dell'art. 81, quarto comma, della Costituzione realizzare il pareggio di bilancio in sede preventiva, attraverso l'utilizzo dell'avanzo di amministrazione non accertato e verificato a seguito della procedura di approvazione del bilancio consuntivo dell'esercizio precedente (sentenza n. 70/2012 della Corte costituzionale)”.
    E' peraltro consentito, in deroga a tale regola di portata generale, l'utilizzo della quota del risultato di amministrazione presunto costituita dai soli fondi vincolati, nonché dalle somme accantonate risultanti dall'ultimo consuntivo approvato, secondo tuttavia le stringenti modalità riportate dal richiamato principio contabile.

  • Obbligo o facolta’ del comune di integrare una retta R.S.A.

    AREA: ALTRO

    DOMANDA :

    Gli uffici di un comune domandano se, in assenza di un'autorizzazione preventiva al inserimento in struttura da parte dell'Ente, questi sia comunque tenuto ad integrare la retta per il solo fatto di essersi attivato per l'inserimento del cittadino nelle liste di attesa della RSA. 

    RISPOSTA: 

    L'assunto degli uffici, secondo cui l'istanza non potrebbe essere accolta in quanto non conforme al disposto regolamentare, è condivisibile.
    Per quanto è dato conoscere, alla luce delle circostanze descritte, nel caso di specie non sussiste alcun obbligo per il Comune in indirizzo di intervenire ad integrazione della retta, e ciò in quanto – andando oltre la stessa disposizione regolamentare, la quale risulta comunque conforme alla normativa vigente nonché ai principi, anche di rango costituzionale, che vengono in rilievo nel caso de quo – la disciplina concernente l'integrazione delle prestazioni assistenziali da parte dei comuni prevede specifiche condizioni in presenza delle quali l'ente territoriale può, legittimamente, essere chiamato in causa con un proprio intervento economico.
    In particolare con l'art. 6 della L. 328/2001, richiamato dal regolamento comunale, il legislatore ha previsto una serie di funzioni in materia di servizi sociali da attribuire ai comuni, aventi il più delle volte carattere programmatico o finalità prevalentemente organizzative.
    Successivamente, in chiusura dell'articolo, è stato previsto il quarto comma, con cui invece è stato affrontato lo specifico problema dell'eventuale integrazione economica per ricoveri presso strutture residenziali.
    E' così stato precisato che “per i soggetti per i quali si renda necessario il ricovero stabile presso strutture residenziali, il comune nel quale essi hanno la residenza prima del ricovero, previamente informato, assume gli obblighi connessi all'eventuale integrazione economica”.
    Come si vede, quindi, l'integrazione economica da parte dell'ente territoriale non rappresenta un diritto incondizionato ma, al contrario, una prestazione straordinaria che deve essere assunta dall'ente in particolari ipotesi e con determinate modalità.
    Ecco che allora, come precisato ancora recentemente dalla Cassazione (Sez. I, sent. 2.12.2016, n. 24655) le condizioni poste dall'art. 6 della L. n. 328 del 2000 (preventiva informazione; assunzione degli obblighi) servono a contemperare la prestazione con gli artt. 183 e 191 del D.Lgs. n. 267 del 2000, sicchè gli obblighi a carico del Comune di residenza di disporre il ricovero presso strutture private è subordinato, come ogni pagamento, all'attestazione della relativa copertura finanziaria, essendo vietata l'effettuazione di qualsiasi spesa in assenza di impegno contabile registrato sul competente capitolo di bilancio di previsione.
    L'attuazione dell'obbligo dei comuni di erogare prestazioni in favore dei soggetti bisognosi non è, infatti, incondizionato ma presuppone il bilanciamento con altri interessi costituzionalmente protetti (ed in tal senso va letta la norma laddove dispone che il Comune debba essere "previamente informato"), ravvisabili nelle effettive risorse organizzative e finanziarie di cui l'Ente dispone, che si traducono, poi, nell'osservanza delle disposizioni sui contratti della pubblica Amministrazione.
    Si aggiunga, infine, che anche l'avvenuto inserimento nelle liste di attesa della RSA non solo non può dirsi assorbente rispetto tali obblighi ma, anzi, costituisce differente ed autonoma attività che l'ente aveva l'obbligo di esperire poiché, nel caso in cui non fosse stata attivata la procedura necessaria per disporre il ricovero, il Comune sarebbe venuto meno ai suoi obblighi istituzionali.

     

  • Rappresentanza di genere nelle giunte comunali

    AREA: ORGANI ISTITUZIONALI

    DOMANDA :

    Un Comune associato chiede delucidazioni circa la corretta applicazione dell’art. 1, c. 137, della legge 56/2014, ove è stato previsto che “nelle giunte dei Comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40%, con arrotondamento aritmetico”.

    RISPOSTA: 

    Com'è stato correttamente rilevato dall'Ente locale, in alcune ipotesi (ad esempio ove si sia in presenza di una giunta composta di 3 membri) non potrebbe comunque essere aritmeticamente garantita la rappresentanza di genere in misura non inferiore al 40%.
    Cionondimeno è possibile giungere ad una soluzione del problema in ragione di una corretta interpretazione teleologica, nonché sistematica della disposizione sopra citata nell'ambito della disciplina vigente in materia di organi degli Enti Locali.
    Dapprima occorre fornire due utili precisazioni.
    Anzitutto, quanto alla composizione della Giunta, non bisogna dimenticare che la Giunta è composta di diritto dal Sindaco e dagli assessori (art. 47 del TUEL). Pertanto, nel calcolare il numero dei membri della giunta, anche ai fini dell'applicazione delle disposizioni in materia di rappresentanza di genere, dovrà essere computato anche il Sindaco.
    Quanto, invece, al principio dell'arrotondamento aritmetico, si segnala essere questo un criterio non introdotto dalla L. 56/2014 ma utilizzato, in vari frangenti, per la disciplina della composizione ma anche del funzionamento degli organi degli Enti Locali.
    In estrema sintesi e per quanto qui più interessa tale criterio permette unicamente di arrotondare la cifra del genere meno rappresentato all’unità superiore, anche alla luce dell’interpretazione fornita dal Ministero con la circolare 37/2014.
    Come si vede, quindi, non è attraverso il criterio dell'arrotondamento aritmetico che può essere risolto il problema sollevato.
    Venendo, poi, alla disciplina relativa alla rappresentanza di genere, va altresì opportunamente premesso come questa debba comunque essere applicata secondo criteri di ragionevolezza ed equo bilanciamento con l'altrettanto fondamentale interesse di garantire il corretto funzionamento degli organi degli enti locali.
    Così, secondo l’orientamento della più recente giurisprudenza amministrativa, al fine di non determinare un’interruzione dell’esercizio delle funzioni politico-amministrative, l’eventuale impossibilità di assicurare l’equilibrio di genere nella composizione della Giunta comunale nella misura stabilita dalla legge può essere adeguatamente provata attraverso un’accurata ed approfondita istruttoria ed un altrettanto adeguata e puntuale motivazione del provvedimento sindacale di nomina degli assessori (Cons. di Stato, Sez. V, sent. n. 406/2016). In particolare, affinché un decreto di nomina della Giunta sia legittimo e rispetti la portata precettiva dell’art. 51 Cost., come precisato dalla giurisprudenza (cfr. Cons. di Stato, Sez. I, n. 93/2015 e Tar Lazio, Sez. II, 20 gennaio 2012, n. 679), occorre che contenga i seguenti elementi giustificativi:
    - “la dimostrazione di una preventiva e necessaria attività istruttoria, volta ad acquisire la disponibilità allo svolgimento dell’attività assessorile da parte di persone di entrambi i sessi;
    - un’adeguata motivazione della mancata applicazione del principio di pari opportunità”.
    Anche a fronte di tali considerazioni, ed alla luce dell'indiscussa facoltà riservata al Sindaco di nominare un numero di assessori inferiori a quello massimo previsto dalla legge ed eventualmente anche dallo Statuto (la facoltà attribuita al primo cittadino di determinare il numero dei componenti la Giunta è opzione che valorizza la responsabilità politico-amministrativa del Sindaco, come evidenziato dallo stesso Cons. Stato, sez. I, con parere 741/2000), si ritiene che, nel caso in cui non sia comunque possibile garantire ad alcuno dei due generi una rappresentanza almeno al 40%, si potrà comunque procedere alla nomina della giunta garantendo al genere meno rappresentato la rappresentanza maggiore possibile (in questo caso del 33,33%), ancorchè inferiore alla percentuale prevista dalla norma.
    Soluzione che, peraltro, è stata fatta propria anche dal Giudice Amministrativo il quale ha espressamente affermato che “in presenza dell’impossibilità di ottenere una percentuale del 40% su un numero dispari di componenti di un organo municipale, la presenza del 37,5 % di donne tra gli assessori scelti dal Sindaco appare una scelta corretta, almeno non indicatrice di prevaricazione delle donne” (Cons. Stato, Sez. V, sent. 27.6.2018, n. 3948).

  • Sulla destinazione e sui criteri di determinazione delle quote individuali del fondo di Previdenza complementare ex art. 208 c.d.s.

    AREA: PERSONALE ED ORGANIZZAZIONE

    DOMANDA :

    Viene chiesto se il fondo di previdenza complementare per il personale appartenente al proprio Corpo di Polizia di cui all'art. 208 del C.d.S. possa essere destinato al solo personale che svolge di fatto funzioni di polizia stradale. Inoltre viene domandato se le quote individuali possano essere determinate in base alle ore di servizio effettivamente prestate.

    RISPOSTA: 

    L'art. 208 del D. Lgs. 285/1992 prevede la facoltà per gli EE.LL. di istituire un fondo di previdenza complementare per il personale appartenente al proprio Corpo di Polizia da alimentare con una quota dei proventi delle sanzioni amministrative.
    L'art. 17 del CCNL 22.1.2004 e, successivamente, l'art. 19 del CCNL 22.2.2006 a cui si rimanda sono poi intervenuti introducendo alcune garanzie in ordine alla gestione, attraverso gli organismi di rappresentanza del personale, delle suddette risorse.
    Da ultimo l'art. 56-quater del CCNL 21.5.2018 ha ribadito che la quota dei proventi destinata alla previdenza ed assistenza complementare ai sensi dell’art. 208, commi 4 lett.c), e 5, del D.Lgs.n.285/1992 può essere così destinata:
    1 contributi datoriali al Fondo di previdenza complementare Perseo-Sirio; è fatta salva la volontà del lavoratore di conservare comunque l’adesione eventualmente già intervenuta a diverse forme pensionistiche individuali;
    2 finalità assistenziali, nell’ambito delle misure di welfare integrativo, secondo la disciplina dell’art. 72;
    3 erogazione di incentivi monetari collegati a obiettivi di potenziamento dei servizi di controllo finalizzati alla sicurezza urbana e stradale.
    Alla luce di siffatto quadro, rispetto ai quesiti posti si ritiene che, certamente, il fondo così alimentato possa essere destinato al solo personale del Corpo di Polizia Locale che attende funzioni non amministrative e che svolge di fatto funzioni di polizia stradale ai sensi dell’art. 12 C.d.S..
    Quanto alla subordinata possibilità di determinare le quote individuali rispetto alle ore di servizio effettivamente prestate si ritiene che tale criterio possa anche essere adottato laddove specificamente convenuto, nelle forme e nelle sedi opportune, con le rappresentanze del personale. Sotto un profilo strettamente organizzativo, si osserva come vi sia il rischio che tale criterio possa risultare di non facile applicazione.
    Infine, quanto alla possibilità di legare le quote individuali al numero di sanzioni effettivamente elevate, ferma restando ogni eventuale concertazione con le rappresentanze sopra menzionate, si osserva come l'adozione di un simile criterio potrebbe portare alla configurazione di una impropria misura di incentivazione del personale, così distorcendo almeno in parte le finalità di cui all'art. 208.

  • Sulla possibilita’ di nominare nel c.d.a. Di una societa’ partecipata un dipendente in staff del sindaco

    AREA: PERSONALE ED ORGANIZZAZIONE

    DOMANDA :

    Viene domandato se un dipendente assunto ai sensi dell’articolo 90 del D. Lgs. 267/2000 possa essere nominato nel consiglio di amministrazione di una società interamente partecipata da enti pubblici, di cui l'Ente detiene la partecipazione maggioritaria e che è affidataria di servizi in house, ovvero se possa ricevere incarichi dalla società medesima.

    RISPOSTA: 

    I due quesiti posti dall'Amministrazione, per quanto correlati, devono essere trattati separatamente nell'ambito delle sempre più numerose e stringenti ipotesi di incompatibilità tra incarichi nelle pubbliche amministrazioni o tra incarichi nelle pubbliche amministrazioni e negli enti privati in controllo pubblico, nonché delle ulteriori disposizioni volte a garantire l'autonomia e l'indipendenza di chi assume incarichi pubblici.
    Quanto al primo quesito, ci si limita ad osservare come la normativa vigente in tema di società partecipate escluda espressamente tale possibilità.
    L'art. 11, c. 8 del D. Lgs. 175/2016 (cd. T.U.S.P.), rubricato “Organi amministrativi e di controllo delle società a controllo pubblico” prevede infatti che “Gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti”.
    A ben vedere si tratta, in questo caso, di una garanzia posta a tutela della società e della sua autonomia – anche se, ad onor del vero, la logica di tale divieto pare sfumare di fronte a casi in cui l'Ente partecipante detenga un controllo pervasivo se non totale della partecipata – piuttosto che dell'eventuale amministrazione controllante di appartenenza.
    Ragionamento diverso deve invece essere seguito per rispondere al secondo quesito.
    In questo caso, pur dando per supposta la possibilità per la società partecipata di conferire un incarico al predetto soggetto ancorchè facente parte dell'ufficio di staff del Sindaco di una delle Amministrazioni partecipanti, occorrerà attentamente e prudentemente valutare se non sussista un'ipotesi di incompatibilità rispetto all'attività svolta per il Suo Comune.
    Nell'ambito della complessa normativa di settore, non pare sussista in relazione a tale ipotesi un'incompatibilità espressa.
    Cionodimeno dovrà essere comunque operata un'attenta valutazione alla luce delle incompatibilità di cui all'art. 53 del D. Lgs. 165/2001, in considerazione sia della percentuale di tempo parziale di impiego del collaboratore in staff, sia dell'eventuale incarico che dovrebbe essere conferito dalla società partecipata.
    Ci si limita a rammentare in questa sede come le incompatibilità di cui alla richiamata disposizione siano volte ad evitare che l'Amministrazione di appartenenza possa essere danneggiata dallo svolgimento di un'eventuale ulteriore attività lavorativa, anche sotto il profilo del potenziale conflitto di interessi.
    A tal proposito, il documento recante “Criteri generali in materia di incarichi vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche” approvato dal Dipartimento della Funzione Pubblica ha posto in debita evidenza il potenziale conflitto di interessi in presenza di “incarichi che si svolgono nei confronti di soggetti verso cui la struttura di assegnazione del dipendente svolge funzioni di controllo, di vigilanza o sanzionatorie, salve le ipotesi espressamente autorizzate dalla legge”.

Giornate Studio

Giornata di Studio in Videoconferenza

GIORNATE IN VIDEO CONFERENZA

LEZIONI DEL PROF.         VITTORIO ITALIA

INTITOLAZIONE DELLE TEMATICHE

Venerdì 15 dicembre 2017 in video conferenza dalle h. 10,00 alle h. 12,15

I regolamenti comunali e la sicurezza.
I precedenti regolamenti.
I regolamenti nella disciplina del vigente Testo unico degli Enti locali.
I nuovi regolamenti di polizia locale previsti dalla legge 48/2017.
Problemi, casi pratici e soluzioni giurisprudenziali.

Venerdì 12 gennaio 2018 in video conferenza dalle h. 10,00 alle h. 12,15

Le ordinanze e la sicurezza.
Tipi di ordinanze.
Le ordinanze “ordinarie”, le ordinanze “urgenti”.
Le nuove ordinanze di “necessità urgente” emanate dal Sindaco.
Problemi, casi pratici e soluzioni giurisprudenziali.

Venerdì 26 gennaio 2018 in video conferenza dalle h. 10,00 alle h. 12,15

Le ordinanze e la sicurezza.
Le ordinanze “contingibili ed urgenti” del Sindaco.
Il concetto di “contingibile”.
Casi pratici di ordinanze in materia di:
Accesso; Beni pubblici; Cani ed altri animali; Circhi equestri; Commercio; Decoro urbano; Edilizia.
Errori che hanno determinato l’annullamento di molte ordinanze da parte del Giudice amministrativo.
Problemi, casi pratici e soluzioni giurisprudenziali.

Venerdì 9 febbraio 2018 in video conferenza dalle h. 10,00 alle h. 12,15

Le ordinanze e la sicurezza.
Casi pratici di ordinanze “contingibili ed urgenti” in materia di:
Extracomunitari; Farmacie; Igiene e sanità; Inquinamento acustico; Inquinamento elettromagnetico; Inquinamento sanitario.
Errori che hanno determinato l’annullamento di molte ordinanze da parte del Giudice amministrativo.
Problemi, casi pratici e soluzioni giurisprudenziali.

Venerdì 23 febbraio 2018 in video conferenza dalle h. 10,00 alle h. 12,15

Le ordinanze e la sicurezza.
Casi pratici di ordinanze “contingibili ed urgenti” in materia di:
Mendicità ed accattonaggio; Moschee; Prostituzione; Responsabilità; Risarcimento danni; Sale giochi.
Errori che hanno determinato l’annullamento di molte ordinanze da parte del Giudice amministrativo.
Problemi, casi pratici e soluzioni giurisprudenziali.

Venerdì 9 marzo 2018 in video conferenza dalle h. 10,00 alle h. 12,15

Le ordinanze e la sicurezza.
Casi pratici di ordinanze “contingibili ed urgenti” in materia di:
Servizio idrico; Sicurezza; Sigarette elettroniche; Traffico; Trasporto pubblico; Uffici postali.
Errori che hanno determinato l’annullamento di molte ordinanze da parte del Giudice amministrativo.
Problemi, casi pratici e soluzioni giurisprudenziali.

Venerdì 23 marzo 2018 in video conferenza dalle h. 10,00 alle h. 12,15

La prevenzione e la sicurezza nella legge 48/2017.
Le misure di prevenzione personale amministrativa.
Divieto di accesso e stazionamento.
Interventi contro il degrado, deturpamento ed imbrattamento.
Misure di allontanamento.
Limiti al commercio per vendita di superalcolico ai minori.
Problemi e casi pratici, e prime soluzioni giurisprudenziali.

 

Si informa che le dirette video live delle conferenze si possono seguire in 2 modi:

Eventuali domande al relatore potranno essere rivolte attraverso la pagina Facebook

Giornata di Studio - Monza - 2 dicembre 2017

Giornata di Studio sul tema:

“LA SICUREZZA DELLE CITTA”
I nuovi compiti dei Sindaci e dei Dirigenti comunali

Monza

HOTEL HELIOS – SALA ARGON – VIALE ELVEZIA 4

PARTECIPAZIONE GRATUITA

02 Dicembre 2017

RELATORE: PROF. VITTORIO ITALIA

 PROGRAMMA (9.30 – 13.30)

 

• La sicurezza “integrata” nella legge 46/2017
• Lo statuto del Comune e la sicurezza
• I regolamenti del Comune e la sicurezza. I nuovi regolamenti per le aree “sensibili”
• Le ordinanze del Comune e la sicurezza. Tipi di ordinanze. Le ordinanze “contingibili ed urgenti” e gli errori da evitare

 

Convenzione con associazione Mosaico - Servizio civile e leva civica regionale. Un’opportunita’ per gli Enti Locali

 

E’ possibile richiedere la documentazione alla segreteria della Confederazione Co.Nord.

Giornata di Studio - Saronno - 14 novembre 2017

Giornata di Studio sul tema:

“LE LINEE GUIDA E I PROVVEDIMENTI ANAC DI ATTUAZIONE
DEL D.LGS. N. 50/2016”

Saronno (VA)

AUDITORIUM della Scuola Media Statale A. MORO
VIALE SANTUARIO N. 13

PARTECIPAZIONE GRATUITA

14 Novembre 2017

RELATORE: AVV. GIORGIO LEZZI

 PROGRAMMA (9.30 – 13.30)

 

Il contesto normativo: la l.n. 190/2012 e il d.lgs. n. 33/2013, come modificati dal d.lgs. m. 97/2016
Gli strumenti per la lotta alla corruzione: il Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione (“PTPC”) e la figura del Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (“RPCT”)
Il Contenuto del PTPC, alla luce delle previsioni del Piano Nazionale Anticorruzione: il ciclo di gestione del rischio e le misure per la prevenzione
La nozione di trasparenza, in considerazione delle mutate coordinate normative, e l’ambito di applicazione del d.lgs. n. 33/2013
I nuovi strumenti della trasparenza:
• gli obblighi di pubblicazione di atti, dati, informazioni;
• l’accesso civico “semplice” e l’accesso civico “generalizzato”, e loro differenze rispetto al tradizionale accesso “documentale”
Il regime di pubblicità degli atti relativi alle procedure di affidamento dei contratti pubblici e alcuni risvolti processuali